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i Quaderni di Bandiera Rossa "Una carta per la Resistenza" di Norberto Fragiacomo
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giovedì 25 agosto 2016

LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE di Lucio Garofalo








LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE 
di Lucio Garofalo




Un sisma di magnitudo 6.0, pari a quello che nel 2009 devastò la città dell'Aquila, ha colpito un'area assai vasta compresa tra Lazio, Marche ed Umbria, provocando danni ingenti alle abitazioni e, purtroppo, alle persone. 

Sembra che in particolare un intero paese, Amatrice, sia stato raso al suolo e si scava sotto le macerie per recuperare le vittime e salvare i superstiti. Questa ennesima calamità "naturale" conferma, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che il territorio appenninico dell'Italia centro-meridionale denota un elevatissimo rischio di sismicità, pari ai livelli del Giappone, giusto per intenderci. La frequenza e la pericolosità dei fenomeni tellurici che si verificano, forniscono la prova più tangibile ed inequivocabile. Per cui occorre un grado di preparazione tecnologica, di educazione preventiva civile (a cominciare dalle istituzioni scolastiche), di politica seria in chiave antisismica, che evidentemente non è stato ancora raggiunto nel nostro Paese, malgrado le disastrose esperienze del passato. 

Sarebbe l'ora di attrezzarsi in modo adeguato, come avviene da tempo in Giappone. In Italia non si è appreso nessun insegnamento dalla storia. Ora è il momento del dolore, della rabbia, della solidarietà morale e materiale, ma dovrà pur venire il momento dell'assunzione di responsabilità e di scelte politiche serie



24 Agosto 2014 


 

venerdì 19 agosto 2016

YANKEE GO HOME! di Lucio Garofalo








YANKEE GO HOME!
di Lucio Garofalo




L'ideologia che ispira la politica del renzismo, che definire "vandalico" sarebbe un eufemismo, è riconducibile ad una propensione ad assecondare i "poteri forti" (in primis, la Confindustria), ma anche gli umori e gli istinti più irrazionali e viscerali delle fasce sociali più retrograde, qualunquiste e rozze della popolazione italiota. Le spinte retrive si possono riassumere in una volontà di azzerare o neutralizzare quelli che sono gli effetti ancora vivi, in termini di progresso e di emancipazione civile e culturale, generati dalle battaglie sociali e dai movimenti politico-sindacali sorti dal biennio 1968/69. 

Credo che gioverebbe ricordare la provenienza anglosassone di determinate teorie oggi in voga, che in Italia vengono accolte sempre con ritardo, quando magari altrove, nei luoghi di origine, sono già in crisi o sono state messe in discussione. Mi viene in mente, ad esempio, lo psicologo americano Benjamin Samuel Bloom, che propose la costruzione di classificazioni gerarchiche degli obiettivi educativi, chiamate "tassonomie". I criteri da adottare per costruire tali classificazioni devono essere didattici, logici, psicologici, oggettivi e, soprattutto, articolati secondo una complessità crescente. La tassonomia di Bloom considera tre sfere: cognitiva, affettiva, psicomotoria. Quella cognitiva è articolata in sei categorie fondamentali, analizzate a loro volta in sequenze di complessità crescente:

lunedì 15 agosto 2016

RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di Lucio Garofalo









RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di Lucio Garofalo





Da sempre sono convinto che le droghe e le discoteche forniscano una sorta di arma subdola e solo apparentemente incruenta, che è abilmente impiegata per alienare, rincitrullire e controllare le giovani generazioni, vale a dire per sedare il dissenso e soffocare la rabbia giovanile, senza far ricorso alle forze dell'ordine, alla repressione carceraria, all'azione coercitiva di quelle istituzioni che per natura e vocazione sono deputate proprio a funzioni di ordine pubblico: cito in primis la polizia. 

Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che non è una mia intenzione colpevolizzare le discoteche, e tantomeno chi le frequenta. Non mi ritengo affatto un moralista. Personamente, mi professo un comunista libertario e mi dichiaro a favore della libertà e della possibilità di divertirsi e di svagarsi in un modo, se possibile, sano, corretto ed intelligente. Ma sarei persino incline a concedere "sballi" e trasgressioni entro quei limiti dettati dal buon senso, ma soprattutto da misure o interventi socio-educativi e preventivi sotto il profilo sanitario. Sono propenso a depenalizzare il consumo delle sostanze stupefacenti (non solo quelle leggere, ma anche pesanti) per favorire provvedimenti volti a regolamentare e razionalizzare le vendite, anzitutto per contrastare ed abolire il cosiddetto "mercato nero" e sottrarre in tal modo una notevole fonte (illecita) di reddito e di potere alle narcomafie. E via discorrendo. Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni e delle mie proposte in materia. 

venerdì 12 agosto 2016

PIU' PIL PER TUTTI di Lucio Garofalo






PIU' PIL PER TUTTI 
di Lucio Garofalo   




Che cos'è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari "istituti di ricerca" (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell'alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. 
La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l'interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. 

Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri. In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell'economia internazionale, ovvero i circoli dell'alta finanza, le principali banche d'affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. 
Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall'alto) che non fa quadrare bene i conti. 
Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media "mainstream", banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. 

Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari. La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo. All'indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci "indignate" ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e "moralizzare" i meccanismi della finanza globale, percepita come "rea e perversa" e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. 
Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente. 

 Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale. Se la recessione economica degli ultimi anni "vanta" un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell'ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.


lunedì 8 agosto 2016

E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA... di Lucio Garofalo







E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA...
di Lucio Garofalo



Con l'alibi della "meritocrazia" in salsa renziana, in Italia, e persino nel mondo della scuola (rimasto a lungo una sorta di "oasi felice"), stanno sdoganando ed istituzionalizzando definitivamente il clientelismo, la corruzione e la mafia. Si pensi solo ad un tizio come Schettino che un paio di anni fa ebbe l'onore di svolgere alla Sapienza addirittura un "master" sul tema (udite udite!): "come gestire il panico". Pare una barzelletta, invece non lo è. 
Una lezione in un ateneo così prestigioso, tenuta da un soggetto simile sulla gestione del panico, a me suona come un ossimoro, una contraddizione terminologica. Probabilmente, tale caso indica la sintesi più emblematica, il paradigma perfetto, quanto parossistico, di un Paese assai scombinato, che si muove alla rovescia. 
Un Paese deformato da paradossi di carattere politico, storture economiche ed antinomie sociali e culturali. 
Un Paese assai irrazionale e controverso, in cui i codardi e i banditi salgono in cattedra per impartire lezioni, i mediocri, gli inetti e gli ottusi governano le istituzioni statali, i mafiosi e i corruttori legiferano in materia di mafia e corruzione, gli evasori fiscali fanno la morale a chi paga le tasse, i farisei predicano male e razzolano persino peggio. 
Tutto ciò risulta inconcepibile o inammissibile ad un intelletto appena sano e ragionevole, o ad una persona intellettualmente onesta, diversamente da chi è in perfetta malafede o mentalmente distorto. Eppure, vicende così assurde e bizzarre (trattasi di eufemismi) sono diventate la "normalità" nell'Italia "renzusconiana". I lacchè e i "benpensanti", i cani da guardia fautori delle tecnocrazie e delle oligarchie capitalistico-finanziarie al potere, chiamano (cinicamente) "meritocrazia" simili aberrazioni. In tal modo, oltre al danno ci tocca sopportare la classica beffa. Possono farlo liberamente, in quanto detengono quel ruolo ideologico delicato che Gramsci definì "egemonia", che consente di spararle clamorosamente grosse e rimanere impuniti.



giovedì 4 agosto 2016

RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE" di Lucio Garofalo







RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE"
di Lucio Garofalo


 
Ho letto il libro di un autore irpino, intitolato "Lettera a un Giudice"
È un romanzo scritto in forma epistolare che racconta l'amara vicenda, non autobiografica, di un "secchione" (inteso in un'accezione simpatica e goliardica) che, non essendo raccomandato, fallisce la prova di un concorso per dirigenti pubblici, per cui decide di rivolgersi ad un magistrato per offrire libero sfogo al suo sdegno contro la corruzione ed il malcostume della società. 

La trama narrativa è ambientata in un paese immaginario (neanche troppo) denominato Repubblica dei Pomodori. L'idioma nazionale è il pomodorese, i gendarmi sono pomodoresi, tutto è pomodorese. Certo, l'autore non sembra essersi arrovellato troppo con l'immaginazione per inventare altri nomi di fantasia. 
Non mi pare tanto originale nemmeno l'idea ispiratrice che ha stimolato la narrazione di questo novello, aspirante Sciascia irpino. La passione per lo scrittore siciliano si arguisce facilmente dai frequenti richiami alle opere e ai personaggi sciasciani: Candido, A ciascuno il suo, Il giorno della civetta ed altre citazioni contenute nel romanzo. 

Ma il tratto che risulta meno originale, quasi conformista e addirittura banale, risiede in uno spunto ideologico di tipo moralistico o (come si direbbe oggi nel lessico corrente) di stampo giustizialista. 
Questa mia valutazione critica non vuol sembrare affatto una stroncatura nei confronti della prima fatica letteraria di questo autore mio conterraneo. Il quale è un intellettuale assai esperto in lettere classiche, un umanista ed un critico letterario, per cui non potrei mai competere con l'autorità e l'erudizione di tale studioso. 

Non possiedo la competenza, la perizia necessaria ad esprimere un giudizio pertinente sul piano squisitamente tecnico-letterario. Mi limito ad osservare che il registro stilistico del romanzo, per quanto lieve e scorrevole, nient'affatto stucchevole, volgare o dozzinale (ed è già tanto di questi tempi) non risponde al mio personalissimo gusto estetico. Trattasi, dunque, di un giudizio assai soggettivo e relativo. 
Il romanzo si legge tutto d'un fiato, è leggero e mai tedioso, ma non sono riuscito ad intravedere il fuoco che infiamma il vero genio artistico, l'inquietudine interiore, il pathos che assale lo "spirito guerriero" dello scrittore e del poeta. Per me la letteratura e l'arte non sono uno "specchio" che riflette il mondo reale, bensì una sorta di "martello" che picchia sull'incudine con furia, fatica e sofferenza per plasmare e per modificare lo stato di cose esistente. Scrivere, dipingere, scolpire, suonare, danzare, recitare, esigono un ardore militante, una tensione civile, una pulsione rivoluzionaria. È una battaglia in cui l'artista si cimenta in modo indiretto, senza avere tessere di partito. Ciò accende ed esalta il valore più autentico dell'arte, che altrimenti non sarebbe in grado di esternare assolutamente nulla. 
Aggiungo una chiosa conclusiva, ma non certo esaustiva. Non basta saper scrivere per fare di un autore qualsiasi un grande scrittore.



LIBIA, NO ALLA GUERRA

 

 

 

LIBIA, NO ALLA GUERRA

Comunicato dell’Esercutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista





Con i primi raid statunitensi a sostegno dell’operazione Al Bunian al Marsus (Costruzione stabile) la guerra è in Libia e l’Italia è in guerra. Preceduto da un battage durato mesi su tutti i media mainstream, per costruire il consenso necessario al nuovo capitolo della guerra permanente, l’intervento dei caccia Usa ha dato il via all’ennesima illusione di guerra lampo, selettiva e senza intervento di terra (per ora) contro la roccaforte del sedicente Stato islamico nel Golfo della Sirte.

Durerà «solo trenta giorni», assicurano i cronisti embedded, e, saltando a piè pari ogni parvenza di dibattito parlamentare il governo Renzi ha già autorizzato i caccia e i droni dell’ingombrante alleato a sorvolare il nostro spazio aereo e utilizzare la base di Sigonella. Se, alla Camera, la ministra della guerra ha giurato che le «Operazioni Usa non hanno finora interessato l’Italia nè logisticamente nè per il sorvolo del territorio nazionale», subito dopo Roberta Pinotti ha ammesso che «il Governo mantiene aperta una linea di dialogo diretta e assidua sia con la controparte libica sia con gli alleati americani, per verificare lo sviluppo della operazione e le eventuali esigenze di supporto indiretto. In tale ottica, il Governo è pronto a considerare positivamente un eventuale utilizzo delle basi e degli spazi aerei nazionali a supporto dell’operazione, dovesse tale evenienza essere ritenuta funzionale ad una più efficace e rapida conclusione dell’azione in corso».
Ma sembra che Sigonella sia già stata interessata dai droni dello Zio Sam e tutto ciò con la copertura dell’Onu che ha avallato, con la Risoluzione delle Nazioni Unite n°2259 del 2015, l’intervento militare sollecitato dal governo fantoccio di Tripoli.

mercoledì 3 agosto 2016

BANCHIERI, ECONOMISTI E AGENTI SEGRETI: TUTTI CLONI DI ZENO L’INETTO? di Norberto Fragiacomo

 
 
 
 
 
BANCHIERI, ECONOMISTI E AGENTI SEGRETI: TUTTI CLONI DI ZENO L’INETTO?
di
Norberto Fragiacomo
 
 
 
 
Non è quello di essere “antieuropeisti” - pienamente a ragione! - il rimprovero che fa più male, di questi tempi, alle (poche) schiene dritte della sinistra italiana: molto più imbarazzanti appaiono le accuse di “rossobrunismo” e “complottismo”.
 
La prima, tuttavia, è una bastonata che lascia il segno solo in scaramucce civili pateticamente di nicchia, e resta ignota al 99,99%; la seconda, al contrario, precipita sulla testa del malcapitato dritta dritta dai media di regime, e procura pertanto ferite profonde, oltre a un senso di inadeguatezza e vergogna. In cosa si sostanzia – chiediamocelo per la millesima volta – una visione del mondo “complottistica”? Nell’immaginare che dietro ogni singolo evento ci sia una macchinazione ordita da non meglio precisati “poteri forti” – e già definirli “forti” è riduttivo, perché dovrebbero essere onnipotenti e onnipresenti per ingerirsi, vincolandola, in qualsiasi attività umana. Ora, deificare l’èlite è peccato mortale, anche perché spinge all’inazione: se costoro possono e sanno tutto, allora resistere è una palese perdita di tempo. Non è così, ovviamente: soltanto un dio biblico potrebbe architettare “piani esecutivi” ogni giorno che passa, e se lo facesse non gli resterebbe un minuto per occuparsi d’altro.

lunedì 1 agosto 2016

SCUOLA: CHE FARE? di Lucio Garofalo




SCUOLA: CHE FARE?
di Lucio Garofalo




Da poche ore sono stati ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola e mi pare che ci sia chi esulta per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, ovviamente), attribuendo i meriti al MIUR ed al ministro Giannini, di fatto già santificata. Ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato e deviante: un diritto non può essere spacciato come un favore elargito arbitrariamente, a discrezione di qualche "santo", per quanto potente esso sia. 
Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, la tanto attesa ed agognata stabilità professionale e persino la vicinanza della sede lavorativa, questo risultato non è certo ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un tuo diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo, ci sarebbe da obiettare che la presunta "stabilità lavorativa" è ormai un miraggio proprio a causa della legge 107/2015, che ha di fatto precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati Piani Triennali dell'Offerta Formativa, allo scadere dei quali il DS potrebbe anche non confermarti, ovvero dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora. 

È a quel punto che si prospetterebbe un'amara destinazione: finire nei famigerati "ambiti territoriali", una sorta di calderoni da cui i presidi e gli Uffici Scolastici andrebbero ad attingere il personale di cui hanno bisogno come se fosse un "mercato delle vacche". A ciò si aggiunga la controversa questione della "premialità" dei "più meritevoli" tra i docenti, in base a meccanismi o a criteri fissati dai "comitati di valutazione", che non tengono affatto in considerazione il valore dell'insegnamento svolto in classe, nella misura in cui esaltano e privilegiano ben altri valori ed altre prerogative, per lo più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, è appunto di questo che si tratta: di politica, concepita soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affaristica della scuola, di corruttele, malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia ed altre simili baggianate, che sono fiabe per i bimbi.

Dunque, che fare? È il quesito che mette in difficoltà o in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza, manifestare, lottare, credo che converrebbe farlo. So che la famigerata "buona scuola" è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste (vane) del mondo della scuola. 
I burattinai hanno verificato che la nostra "reazione" non sarebbe durata a lungo e che fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli strumenti a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza sfidando le forze dell'ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito a nulla. Le nostre lotte e le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una triste realtà con cui occorre fare i conti: la "chiamata diretta dei presidi" è passata sotto spoglie neanche tanto mentite: "chiamata per competenze". 
Il "merito" è un nome sostitutivo con cui si premieranno i servi e i leccapiedi. 

Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito e compatto nel corpo docente. Se possibile. Ed è esattamente questo il principale elemento di criticità e vulnerabilità della categoria docente: l'assenza di coesione interna, di solidarietà corporativa. Nelle alte sfere del potere lo sanno. Come lo sanno i presidi, che su tale punto debole insistono. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.



30 Luglio 2016



 

venerdì 29 luglio 2016

UNA STORIA IN TRA ATTI (DAL FINALE APERTO) di Norberto Fragiacomo




UNA STORIA IN TRE ATTI 
      (dal finale aperto)

di

Norberto Fragiacomo



Lo scambio di idee con compagni – o, più in generale, persone – stimolanti è sempre fecondo, poiché invoglia alla riflessione su argomenti che inevitabilmente restano in ombra, superati da un’esistenza che va a passo di carica, trascinandoci non si sa bene dove né perché.

Rispuntano allora, dai polverosi cassetti della memoria, reminiscenze delle ore scolastiche, spunti offerti da lezioni di storia o filosofia che di rado apprezzammo appieno: lo sapeva bene Rimbaud che non si è mai troppo seri a diciassette anni (e quando sono in fiore i tigli del viale). Georg Wilhelm Friedrich Hegel: cosa mi viene in mente quando, impappinandomi, pronuncio nomi e cognome? La targa commemorativa sulla facciata di un palazzo della fascinosa Bamberga – l’impressione, nata sui libri, di un sistema filosofico troppo perfetto, troppo teutonicamente razionale per aspirare ad essere anche reale.


Hegel non è davvero un Carneade: è la figura cardine dell’Idealismo tedesco e a lui dobbiamo una radicale riforma dello strumento dialettico ereditato dal precursore Johann Gottlieb Fichte (che recentemente ho provato a leggere, arrendendomi ben presto a caratteri tipografici lillipuziani e, confesso, a periodi lunghi, contorti e scoraggianti). La sua influenza sul successivo sviluppo della filosofia non solo germanica mi appare decisiva, se non altro perché Marx e Feuerbach hanno “appreso a pensare” proprio da Hegel, che riordina il caos fino a donargli l’aspetto di una coerente, neoclassica opera d’arte. Karl Marx mette il suo maestro a testa in giù, costringendolo ad affondare nel terreno, ma per cambiare il mondo (per provare a farlo) si serve degli attrezzi fornitigli dallo stimato accademico. La dialettica, anzitutto: quella di Fichte può essere descritta come una freccia scagliata in direzione dell’infinito, visto che ad ogni tesi si contrappone un’antitesi che la nega, destinata a sua volta a venir negata. L’Io fichtiano che, lasciandomi raggirare da Bertrand Russell, avevo scambiato da ragazzo per un Io individuale-creatore (ossia solipsistico1), è in realtà l’Umanità intera, capace di trasformare il mondo ma non di portare a compimento la propria opera. Hegel arresta questo impetuoso e (forse) inconcludente rincorrersi, fissando un traguardo chiamato “sintesi”, che è poi la tesi arricchita e vivificata dall’antitesi – l’Idea astratta che, “scontratasi” con la Natura, si fonde con essa e assurge a Spirito. Non si tratta più di inseguire orizzonti fuggitivi: la meta esiste, ed è raggiungibile sia in cielo che in terra (che poi non sempre risulti allettante è un altro paio di maniche!). A Marx del cielo non importa nulla: gli interessa la terra, su cui pena e fatica l’essere umano. Gli interessa la Storia che, fecondata dall’apporto dialettico, svela i suoi segreti e cessa di presentarsi come un guazzabuglio di episodi, battaglie, condottieri, turbe, cause effimere ed effetti inspiegabili. Il materialismo storico consente di interpretare il passato e prevedere il futuro sulla base di dati oggettivi, verificabili, misurabili. Non è un vaticinio o una profezia, ma qualcosa di incomparabilmente più prezioso: è un metodo. Però è stato foggiato nella fucina di mastro Georg, e questo non resterà senza conseguenze.

sabato 16 luglio 2016

CUI PRODEST? di Lucio Garofalo









CUI PRODEST?
di Lucio Garofalo




Negli ultimi tempi, la Francia è diventata il bersaglio preferito dagli attentatori terroristici di matrice "islamista". Mi domando il perché, ma soprattutto "cui prodest": a chi giova una simile strategia terroristica e destabilizzante? 
Non credo proprio che convenga ai milioni di fedeli musulmani che vivono in Francia e sono sparsi nel mondo. Chi avrebbe l'interesse a scatenare tutto ciò, a destabilizzare un Paese civile come la Francia e, di conseguenza, a soggiogare e ad umiliare un popolo indomito e tenace qual è il popolo francese? 

Non a caso, in un momento storico in cui tale popolo ha rialzato la testa ed ha ripreso a battersi con coraggio, coesione e determinazione contro il nuovo dispotismo di origine tecnocratica e neoliberista che oramai tiranneggia in Europa. E non mi si venga a dire che l'Isis (lo Stato islamico o come si preferisce chiamarlo) è un'entità autonoma, in quanto non ci credo affatto. 

L'Isis si dichiara apertamente come un'articolazione politico-militare, di segno terroristico e criminale, ma in qualche misura è manovrata dall'alto, da poteri occulti ed esterni alla sua stessa struttura. Non mi riferisco solo a chiunque armi o finanzi le milizie dell'Isis, alle cosiddette petromonarchie del Golfo Persico, in primis l'Arabia Saudita ed i vari emirati salafiti, o la Turchia. 
Fermo restando che i "manovratori", nemmeno tanto occulti ormai, strumentalizzano un terreno assai "fecondo" fornito da schiere di fanatici che ormai proliferano anche in Europa. 

Mi pare abbastanza palese che il terrorismo sia funzionale agli scopi perseguiti da chi punta a seminare il panico, a suscitare un clima diffuso di inquietudine e di insicurezza tra la gente. In sostanza, chi agita lo spauracchio terrificante del terrorismo, sta già additando il nuovo capro espiatorio contro cui scagliarsi, vale a dire gli immigrati, per alimentare l'odio ed innescare una spirale di conflitti intestini tra disperati.



mercoledì 13 luglio 2016

IL SUDAN DEL SUD: L'ENNESIMO ESPERIMENTO NEOCOLONIALE di Riccardo Achilli






IL SUDAN DEL SUD: 
L'ENNESIMO ESPERIMENTO NEOCOLONIALE 

di Riccardo Achilli





E’ di questi giorni l’esplosione di violenti scontri nel Sudan del Sud, che hanno fatto circa 300 morti, ivi compresi alcuni caschi blu cinesi. Si tratta in buona sostanza della prosecuzione della guerra civile del 2013, fra i due leader tribali più importanti, il Presidente Kiir, un bizzarro buontempone permanentemente con un cappellaccioda cow boy in testa, di etnia dinka (la più importante numericamente, si tratta di pastori semi-nomadi animisti, ma largamente cristianizzati) ed il vice Presidente Machar, di etnia nuer (il secondo gruppo più importante, in un Paese diviso in circa 60 etnie, noto per gli studi antropologici svolti sulle particolari forme di proprietà del bestiame dei clan).


Capire cosa ci sia dietro questo conflitto equivale a risalire alla storia del Sudan. Pochi sanno che, ancora in piena guerra fredda, il Sudan allora unito è stato un banco di prova del conflitto globale fra Occidente ed islamismo radicale, che avrebbe infiammato il mondo dopo la caduta del muro. Costituito come Paese unitario in sede di decolonizzazione, con alla guida le tribù del Nord di religione musulmana, il Sud, animista e di caratterizzazione culturale sub-sahariana, cui il nuovo Governo di Khartoum nega un progetto di federalismo precedentemente promesso, insorge nel 1955 per paura di ritrovarsi privato di ogni influenza nel futuro. Esplode quindi la prima guerra civile, che durerà per ben 17 anni, producendo effetti catastrofici: 500.000 morti, quasi tutti civili, centinaia di migliaia di profughi che contribuirono a destabilizzare gli Stati vicini dell’Uganda, dell’Etiopia e del Centrafrica, le infrastrutture e le città coloniali britanniche distrutte. In realtà, dietro al conflitto vi sono Israele ed i Governi allora filo occidentali dell’Etiopia e dell’Uganda (lo spostamento a sinistra di Obote avvenne infatti molti anni dopo) che cercano di indebolire Karthoum, il cui spettro politico è caratterizzato da una forte presenza dei comunisti (che riusciranno a prendere il potere per un breve periodo nel 1971). E d’altra parte, a seguito di un colpo di Stato militare, dal 1969 il Sudan finisce sotto il controllo di un gruppo di ufficiali guidato dal colonnello Nimeiry, inizialmente animato da ideali nasseriani e pan-arabisti ed alleato di Gheddafi, assistito economicamente e militarmente dall’Unione Sovietica.

lunedì 11 luglio 2016

DALLE 5 STELLE ALLA DERATTIZZAZIONE DELLE BORGATE: TRACCIA IDEALE DELLA PARABOLA DI UN POPULISMO di Riccardo Achilli










DALLE 5 STELLE ALLA DERATTIZZAZIONE DELLE BORGATE: 
TRACCIA IDEALE DELLA PARABOLA DI UN POPULISMO

di Riccardo Achilli




La visita del sindaco Raggi di stamattina a Tor Bella Monaca è per molti versi illustrativa delle contraddizioni interne al M5S. Da un lato, è un fatto importante, e non affatto scontato, che un sindaco di Roma ribadisca, anche con la sua presenza fisica, la centralità delle periferie. Da questo punto di vista è un segnale politicamente rilevante (la politica si fa anche con gesti a valenza simbolica) e, a mio avviso, senz’altro positivo. Nella sua prima sortita ufficiale, la Raggi non va veltronianamente ad inaugurare qualche vetrina pseudoculturale nel centro storico, ma si reca nel cuore del degrado della periferia romana, in quella borgata che lo rappresenta in pieno, dicendo che i problemi esistono, che non c'è una astratta bellezza da retorica alla Nanni Moretti in motorino.

D'altro canto, su un tema come quello della raccolta differenziata, che per definizione richiede una stretta collaborazione con i cittadini, chiede questa collaborazione non avendo nient'altro da offrire che la retorica dell'onestà e della trasparenza, che si traduce in qualche irrigidimento delle pene pecuniarie per chi sversa rifiuti ed in qualche imminente licenziamento di dirigenti inefficienti (o presunti tali) dell'AMA. Cioè in fondo offre la normalità in una situazione sociale e urbana che è al collasso, dove la normalità non rientra più nemmeno fra i sogni più arditi dei suoi abitanti.

sabato 9 luglio 2016

LA SITUAZIONE DELL'ORDINE PUBBLICO NEGLI USA CON QUALCHE CONSIDERAZIONE di Riccardo Achilli







LA SITUAZIONE DELL'ORDINE PUBBLICO NEGLI USA CON QUALCHE CONSIDERAZIONE
di Riccardo Achilli




 Per deformazione professionale, tendo sempre a guardare prima ai dati, per analizzare un fenomeno. Il Guardian ha reso disponibile un database molto dettagliato sulle persone uccise dalla polizia statunitense. Nel 2015, sono state uccise dai corpi di polizia statunitensi 1.146 persone, lo 0,0004% della popolazione di quel Paese. 81 di loro sono stati uccisi dall’applicazione del taser (una pistola elettrica che è intesa a bloccare il sospetto, non ad ucciderlo) o perché investiti dal veicolo della polizia, quindi possono essere considerati uccisioni frutto di una tragica fatalità. La grande maggioranza è morta per colpo di arma da fuoco. Considerando che il 75% dei morti era armato (il 48,3% aveva un’arma da fuoco) è chiaro che in molte situazioni (non in tutte) l’uccisione è stata legata ad una situazione di pericolo, almeno potenziale, per le forze di polizia.

mercoledì 29 giugno 2016

LA COSTITUZIONE DI LELIO BASSO: L'EGUAGLIANZA POSSIBILE E L'ATTACCO AI NOSTRI DIRITTI di Marco Zanier




LA COSTITUZIONE DI LELIO BASSO:
L'EGUAGLIANZA POSSIBILE E L'ATTACCO AI NOSTRI DIRITTI
di Marco Zanier



Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà [2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

lunedì 27 giugno 2016

UN ANACRONISMO STORICO di Lucio Garofalo





UN ANACRONISMO STORICO
di Lucio Garofalo



Il capitalismo è un ingranaggio economico rovinoso, ma soprattutto è un modello anacronistico ed irrazionale: esso, a causa delle disfunzioni interne, genera periodicamente fenomeni di crisi, i cui effetti devastanti vengono scaricati sistematicamente sulle classi lavoratrici subalterne, che sono scarsamente rappresentate sul terreno politico ed in tal modo si impoveriscono e si indeboliscono ulteriormente. 
Il capitalismo ha “funzionato” finché è riuscito ad assicurare una condizione di benessere materiale, sia pur relativo, ai ceti medi e ad ampi settori del proletariato occidentale, a discapito ovviamente di miliardi di esseri umani costretti a vivere in uno stato di inedia e di sottosviluppo cronico nei paesi del Terzo mondo, ridotti a sopravvivere con meno di un euro al giorno. 

Il meccanismo dell’accumulazione e dello sviluppo capitalistico, che aveva garantito un certo tenore di vita consumistico ai popoli occidentali, oggi si è inceppato ed è precipitato in una crisi epocale drammatica che non è solo contingente, bensì sistemica e strutturale, ed è altresì una profonda crisi ideologica che produce, inevitabilmente, una irrimediabile perdita di consensi. 

Ebbene, la risposta del capitalismo (industriale e finanziario) alle ricorrenti crisi economiche, è sempre brutale ed aggressiva verso il mondo del lavoro. 
Ricordo che di fronte alla recessione internazionale la risposta della FIAT si è tradotta in una strategia mirata ad una sorta di "terzomondizzazione" del lavoro in Italia, ad una crescente intensificazione dei ritmi e degli orari di lavoro, ad una completa precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, delle retribuzioni salariali, delle condizioni di sicurezza e di vita degli operai italiani.
Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT ha pianificato il rientro in Italia di una produzione automobilistica che era stata trasferita all'estero negli anni precedenti, malgrado le generose sovvenzioni elargite alla FIAT da parte dello Stato italiano, ingenti somme di denaro pubblico versato dai cittadini e dai contribuenti del nostro paese. 

Accanto alla FIAT si erano schierati i massimi calibri del governo e della politica italiana, da Bersani e D'Alema al ministro del lavoro Sacconi ed ovviamente la Confindustria. I cui vertici non persero l'occasione di marcare l'operazione con un intenso traccheggio con i partiti e ripetuti insulti della Marcegaglia ai lavoratori. 
Qualcuno dei pennivendoli più servizievoli della FIAT si spinse financo a tacciare gli operai come ladri. Fu un merito della Fiom e dei Cobas se la resistenza operaia riuscì a contrastare un simile disegno reazionario, indicando una via di lotta in difesa della salute, della dignità e della libertà dei lavoratori e della città di Pomigliano d'Arco, affinché non diventasse la sede di uno stabilimento-penitenziario in cui sperimentare una spaventosa riforma dell'organizzazione del lavoro in Italia. 

In quella circostanza, la sconfitta della FIAT fu testimoniata dal suo silenzio: Marchionne fece la figura del "quaqquaraqquà" e la FIAT si dovette arrendere di fronte alla determinazione dei lavoratori di Pomigliano che, non accettando ricatti e diktat, non solo fornirono una grande lezione di democrazia, ma offrirono la prova visibile della possibilità di ricostruire in Italia un nuovo movimento operaio. 




La vignetta è del Maestro Edoardo Baraldi 



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