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i Quaderni di Bandiera Rossa "Una carta per la Resistenza" di Norberto Fragiacomo
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lunedì 21 novembre 2016

ACCOZAGLIE POLITICHE di Lucio Garofalo






ACCOZAGLIE POLITICHE
di Lucio Garofalo



Il fronte del No rappresenta una sorta di Armata Brancaleone che comprende soggetti di dubbio valore etico ed assai poco credibili in materia di Costituzione, in quanto l'hanno violata più volte: senza scomodare nessuno, rammento l'art. 11, in base al quale l'Italia ripudia la guerra, ma vari governi di centro-destra (con Silvio Berlusconi premier) e di centro-sinistra (Massimo D'Alema nel 1998) hanno calpestato la Costituzione per partecipare a spedizioni militari in Iraq o altrove e per concedere le basi italiane ai bombardieri statunitensi che massacrarono la Serbia. Senza parlare dei diritti e della dignità dei lavoratori, a dir poco umiliati da leggi (Pacchetto Treu varato dal governo Prodi, Legge 30, meglio nota come legge Biagi, promulgata dal governo Berlusconi) che hanno precarizzato il mondo del lavoro ed hanno compresso e svalorizzato duramente la vita del proletariato giovanile in Italia. Giusto per intenderci. 

Il fronte del No accomuna alcuni esemplari delle peggiori politiche del passato. Ma, dall'altra parte, nel fronte del Sì si affollano gli esponenti peggiori delle politiche attuali, che hanno macellato e mortificato ulteriormente i diritti dei lavoratori (Jobs Act, Buona Scuola) e la Costituzione. Insomma, è una "gara" tra chi è peggio. 
Ovviamente, io mi schiero per il "No" a prescindere da chi componga la coalizione (o l'accozzaglia, come dir si voglia) che si è creata a sostegno del No alla "schiforma" renziana. 
Mi esprimo per il No in virtù di motivi etico-politici, di merito e di metodologia politica, per ragioni di tattica contingente e di strategia politica. Ma aggiungo che la Costituzione non è un dogma e che lo Stato borghese non mi rappresenta nella misura in cui non mi riconosco affatto nelle sue marce e putride istituzioni e nella sua ipocrita e corrotta democrazia che privilegia e tutela solo gli interessi delle élites economiche dominanti a netto sfavore delle classi popolari subalterne. 
In ogni caso, ritengo che nell'attuale momento storico-politico contingente occorra schierarsi apertamente a sostegno delle ragioni del "No".


domenica 20 novembre 2016

BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN di Norberto Fragiacomo








BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN

di

Norberto Fragiacomo



 Che tipo di pensieri passa per la testa di Bobo?

A giudicare dalle strisce che leggiucchio insofferente su L’Espresso, roba banale, stantia, concetti vacui che rassomigliano ad altrettanti slogan. Ma Bobo è questo, solo questo: un militante imbevuto di uno spettro d’ideologia, cui non importa un fico secco di apparire acuto, curioso e originale. Lui si contenta – si compiace – di essere fedele alla linea, ancorché curva, serpentinata, contorta. La linea, quale che sia, ovunque lo conduca.

Sergio Staino, l’autore, parla, giudica e urla come la sua creatura, anche se di quest’ultima gli difetta la bonarietà, l’aspetto pacioso: fisiognomicamente mi ispira schietta antipatia, per via dello sguardo miope, ma freddo, ostile, corrucciato. In televisione non fa una gran figura, mischiando scomuniche a corbellerie – perché ce lo mandano allora?

La risposta è semplice, disarmante: Bobo Staino parla al pancione del PD, grosso almeno quanto quello di un personaggio che, nei decenni, ha cambiato bandiera senza cambiare casacca. Sarei tentato di aggiungere: si è rincretinito senza invecchiare… ma probabilmente l’analisi è pietosa, perché anche quando stava dalla parte (per me) giusta, Bobo era lì per caso – per imprinting familiare, per disciplina di partito, per abitudine, per incapacità di guardare altrove.

Non so se valga lo stesso per Staino: lui non è certo un metalmeccanico, ha fatto carriera, arrivando persino a dirigere l’ombra di quella che fu L’Unità. Ha fatto carriera soprattutto negli ultimi anni, all’interno di una formazione che un marxista autentico non potrebbe che detestare: il PD sfacciatamente neoliberista di Matteo Renzi. Ci fa o ci è?, si direbbe in altre parti d’Italia. A parer mio “ci fa”, visto il tornaconto, ma la questione è in fondo priva di importanza: a tornare utili alla segreteria sono le sue plebee, sgangherate invettive, che arrivano dritte al cuore (allo stomaco? alla tessera?) di una fascia di elettorato difficile da conquistare a colpi di tweet.

Qualche giorno fa, ospite per l’ennesima volta di Lilli Gruber, il fumettista fiorentino ha rilanciato l’anatema: si inizia con Grillo e si finisce all’ombra della croce uncinata. Analisi da osteria, conclusioni da codice penale – eppure c’è del metodo in questo caricaturale dogmatismo. Ne ho conosciuti di piddini, vecchi e giovani, uomini e donne: una quota rilevante di loro assomiglia sul serio a Bobo. Per costoro il partito ha invariabilmente ragione, anche se con una svolta di 180 gradi abbandona il sentiero impervio della sinistra per ergersi a difensore degli interessi padronali (del grande padronato, soprattutto: quello sovranazionale); anche se dà via l’ideale dell’uguaglianza in cambio della paccottiglia dei diritti civili “a gratis”; anche se si consegna a una corte di bellimbusti e cheerleaders al cui confronto le soubrette berlusconiane parevano donne di Stato. L’importante è che sventoli un vessillo vagamente somigliante all’originale, almeno nelle tinte, che il pantheon non si svuoti (i blasfemi richiami a Gramsci), che echeggi qualche parola d’ordine orecchiabile. Che vi siano nemici da additare alle “masse”: sempre quelli, malgrado lo scorrere inesorabile dei decenni. Bobo il piddino, capofila di migliaia di improbabili “compagni”, è rimasto infatti al ’45, quando il Capitale era alleato della Stella Rossa, e gli avversari vestivano tutti la camicia nera (o bruna).

Facile persuadere gente simile che grillini, leghisti, sostenitori del NO ecc. si confondano tutti in una notte color orbace, e che di fronte a cotanta “minaccia” l’alleanza con padronato, finanzieri e plenipotenziari stile Monti rappresenti il male minore, se non addirittura un bene agrodolce.

E’ per suscitare questo riflesso pavloviano di ripulsa che il “compagno” Staino viene spedito in trasmissione: per tacciare di fascismo, dando in pasto a militanti insemenidi, chi sta infinitamente più a sinistra di lui e del suo capetto, e magari ha commesso l’imperdonabile colpa di esaminare a fondo una riforma che annichilisce la democrazia locale (Regioni, Province e Comuni, in barba alle svuotate enunciazioni degli articoli 5 e 114 della Carta) e altri provvedimenti-schifezza come lo Slaveries act renziano.

Lo Staino che parla alla pancia flaccida di un elettorato così ebete da immaginarsi comunista e sostenere col proprio voto politiche di destra è naturalmente soltanto una freccia, e manco la più appuntita fra quelle estratte dalla faretra dell’ultimo, onnipresente Renzi: insidie maggiori provengono dal ritorno dello Spread, arma micidiale e sperimentata, dalla retorica del cambiamento purchessia (anche passare dal proprio letto a un cartone sul marciapiede è un cambiamento: lo sperimenteremmo di buon grado?), dalle menzogne di media al guinzaglio che ripetono a disco rotto che i fautori del sì si occupano “del merito della riforma” mentre – per calcolo e comprovata inettitudine – fanno l’esatto contrario.

In ogni caso, non limitiamoci a guardare con commiserazione mista a scherno il fumettaro avanti con gli anni che, benedetto dall’alta finanza, rivendica pateticamente il suo essere “comunista”: fu la suggestionabilità di uomini e topi, non la di lui perizia artistica, a conferire potere al pifferaio di Hamelin.
Malgrado tutto, spero ardentemente che il 4 dicembre prevalga la pars valentior, e – nonostante i sondaggi, sinistramente a noi favorevoli – una slavina di NO zittisca gli squittii “riformatori”.



domenica 13 novembre 2016

STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA di Lucio Garofalo







STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA
di Lucio Garofalo



Provo a mettere un po' d'ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media "mainstream") alle elezioni presidenziali USA. 

A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall'establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall'amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. 
Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. 

Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell'amministrazione Obama. A "decidere" le sorti degli USA e del mondo, "optando" per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant'altro Trump incarna agli occhi dei "radical-chic" scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all'indomani della sua elezione nel 2008. 

Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di "Trump non è il mio presidente", dov'erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall'amministrazione Obama? 
 È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un'opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è "consolato" con l'appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l'esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.





mercoledì 9 novembre 2016

NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… di Mario Michele Pascale



 NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… 
di Mario Michele Pascale




Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
 

I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall'alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall'alto in basso.
Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

martedì 8 novembre 2016

SINISTRA E' CONSERVAZIONE? di Riccardo Achilli






SINISTRA E' CONSERVAZIONE?
di Riccardo Achilli




E’ noto che la sinistra, spiazzata nei suoi riferimenti ideologici dalla crisi, pressoché contemporanea, del comunismo e della socialdemocrazia classica, abbia maturato un rapporto tormentato e sostanzialmente insoluto rispetto alla modernità del pensiero unico che si è imposta negli ultimi trent’anni. Anche semanticamente, termini come “riformismo” e “progressismo”, che sembravano essere nel DNA stesso della sinistra, sono divenuti il grimaldello con il quale l’avversario storico ha smantellato il capitalismo welfaristico dei Trenta Gloriosi.
Questo spinge molti a riflettere sul nesso fra la ricostruzione/riaffermazione dei valori e del radicamento sociale della sinistra in termini di difesa, o possibilmente ricostituzione, del sistema di tutele e di diritti che, seppur in forte destrutturazione già a partire dalla metà degli anni Ottanta nei Paesi anglosassoni(e nel nostro Paese in realtà sin dai primi anni Ottanta, con il regresso e l’indebolimento del movimento sindacale conseguente allo shock petrolifero del 1980) è sprofondato definitivamente con il riordino neoliberista susseguente alla crisi del 2008. 

sabato 5 novembre 2016

STORIA DI ARTURO VELLA, SOCIALISTA INTRANSIGENTE ED AUTONOMISTA di Giuseppe Angiuli



 STORIA DI ARTURO VELLA, SOCIALISTA INTRANSIGENTE ED AUTONOMISTA
di Giuseppe Angiuli
La figura di Arturo Vella, uomo politico siciliano da sempre assimilato al filone massimalista del socialismo italiano, è stata attentamente ricostruita nella monografia a cura di Umberto Chiaramonte dal titolo Arturo Vella e il socialismo massimalista, edita da Piero Lacaita di Manduria.
Vissuto tra il 1886 e il 1943, Vella incarna la classica figura di dirigente politico a cui la storiografia non ha riservato un trattamento molto generoso, vista la scarsa ricorrenza del suo nome allorquando si passano in rassegna i nomi dei padri storici del socialismo e, più in generale, del movimento operaio del nostro Paese. L’oblio che circonda la storia umana e politica di Arturo Vella appare ingiusto ed immotivato, atteso che lo stesso ebbe a ricoprire un ruolo certamente importante nella decisiva fase del consolidamento della struttura politico-organizzativa del P.S.I. a cavallo dei primissimi anni del Novecento.
Nativo di Caltagirone, Arturo Vella fu il più giovane degli undici figli di un ben apprezzato maestro scalpellino originario di Siracusa, dalla cui professionalità nell’arte della terracotta avrebbe preso vita una rinomata impresa artigianale assai attiva dalla fine dell’ottocento nei lavori di rifinitura in edilizia. 
Dopo essere rimasto orfano di suo padre, all’età di 9 anni Arturo Vella si trasferì a Roma al seguito di suo fratello maggiore Raffaele e di alcune sorelle nubili: nella capitale, fin da adolescente, fu ben presto folgorato dall’ideale socialista, attorno al quale forgiò la sua esperienza politica militando dapprima nelle fila delle organizzazioni studentesche.

mercoledì 19 ottobre 2016

I MERCANTI IN FIERA di Riccardo Achilli

 

I MERCANTI IN FIERA
di Riccardo Achilli



Si disvela il giochino elettorale del Governo Renzi. Un giochino vecchio come il mondo. Si presenta una bozza di Ddl di stabilità piena di regali a tutte le categorie sociali: pensionati, dipendenti pubblici, disoccupati, imprese, famiglie. Una strategia totalmente insostenibile, dal momento che occorre ridurre dal 2,4% al 2,3% il rapporto deficit/PIL, in modo oltretutto unilaterale, perché, tramite la nota di aggiornamento al Def che diventa carta straccia, ci si era impegnati a far scendere tale quoziente fino al 2%. Un 2%, peraltro, che era già uno strappo alle regole europee, perché consentiva di spostare il pareggio strutturale di bilancio a dopo il 2019 (ed infatti ad Aprile scorso l’accordo con la Commissione, sancito dal Def, era di un rapporto dell’1,8%). Evidentemente, il governo basa l’intero impianto di questa manovra discutibile su una speranza di incremento del Pil superiore a ciò che oggi è dato osservare, e sulla benevolenza della Commissione Europea in termini di flessibilità per eventi straordinari (terremoto) e riforme. Flessibilità concessa, in realtà, per paura che una caduta referendaria del Governo Renzi apra ad una vittoria dei 5 Stelle.
Ma c’è un ma. Se le coperture possono essere garantite, la Commissione non vuole, e non può, aprire ad un deficit/PIL sostanzialmente identico a quello del 2016. Moscovici qualche giorno fa è stato chiaro su questo punto: “i numeri del Governo italiano non sono quelli che abbiamo in mente (…) ci sono comunque delle regole che vanno rispettate da tutti, affinché restino credibili. Vogliamo il pieno rispetto del Patto di stabilità”. Soprattutto visto che Francia e Germania entrano nella fase preelettorale, e sarebbe difficile per Hollande giustificare ai propri cittadini le misure di austerità, se l’Italia dovesse di fatto uscire dal patto di stabilità, così come per la Merkel giustificare concessioni agli italiani spendaccioni. Che creerebbero ovviamente un effetto-domino anche in Grecia, in Portogallo, ecc.

giovedì 13 ottobre 2016

L'ULTIMA CARTA CONTRO LA BARBARIE Introduzione di Stefano Santarelli





L'ULTIMA CARTA CONTRO LA BARBARIE
Introduzione di Stefano Santarelli





Il saggio di Norberto Fragiacomo “L'ultima carta contro la barbarie” che il lettore ha fra le mani rappresenta una straordinaria anomalia nel quadro di una sinistra italiana che purtroppo si sta caratterizzando per una mediocrità politica e teorica senza precedenti, tradendo cosi la generosità e l'abnegazione dei suoi militanti e degli ideali politici di cui dovrebbe essere espressione.
In questo saggio Fragiacomo ci offre una interessante chiave di lettura sulla attuale crisi del capitalismo sorta a partire dalla cosiddetta finanza creativa di Wall Street nel 2007 con i “mutui spazzatura”. Una crisi totalmente sovrastrutturale che ha portato intere nazioni come la Grecia alle soglie del fallimento colpendo mortalmente tutto il sistema del Welfare europeo - questa crisi fatalmente sta investendo anche il nostro paese colpendo diritti elementari come quello della pensione o di una decente assistenza sanitaria.

mercoledì 12 ottobre 2016

MIA NIPOTE,BENIGNI E PINOCCHIO di Angela Rizzica

  


MIA NIPOTE,BENIGNI E PINOCCHIO
 di Angela Rizzica




Mia nipote, l’altra sera a cena, ha detto di non aver rotto la Barbie della sorella salvo rendersi rea confessa pochi minuti dopo, chiedendo perdono come solo una bambina di quattro anni sa fare. La sera stessa, mettendola a letto, mi chiede di leggerle una fiaba per farla addormentare. Memore dei miei giorni d’infanzia, prendo il mio libro di racconti preferito e scelgo una favola in particolare: “Pinocchio”, del sommo Collodi. Mi sembrava una scelta dovuta, tenendo conto di quello che era successo a cena, tanto per farle capire sin da piccola come le bugie abbiano le gambe corte e l’incoerenza non venga mai premiata. Mi siedo accanto al suo lettino tutto rosa con il copripiumino delle Principesse Disney, aggiusto la voce e mi preparo a narrare questa meravigliosa storia a quegli occhioni nocciola spalancati nell’attesa ed assetati di magia.

Comincio a leggere, salvo rendermi subito conto che qualcosa non va: il burattino vivente non è più fatto di legno ma di pelle ed ossa, non ha più abiti di carta bensì indossa pantaloni e camicia, il suo nome è Roberto ed ad essere tradito non è più Babbo Geppetto ma Mamma Costituzione. L’unica caratteristica ad esser rimasta intatta è l’accento, ineluttabilmente toscano.

lunedì 10 ottobre 2016

RE-NZI-FERENDUM di Lucio Garofalo





RE-NZI-FERENDUM
di Lucio Garofalo



Si approssima la data fissata per il referendum costituzionale ed il "premier" Renzi spara le sue ultime cartucce (a salve). Dopo le politiche di macelleria sociale, Jobs Act e Buona Scuola in primis, la ratifica a colpi di fiducia delle peggiori controriforme degli ultimi anni, ecco le briciole per incantare ed ingannare giovani, lavoratori e pensionati. 
Prima la miserabile uscita sui 500 milioni da destinare ai poveri, ma nel contempo elargiva miliardi per salvare le banche. Quindi, i vari annunci, menzogne e bluff in funzione del SI al referendum. Il famoso bonus ai giovani da spendere nei musei, i 500 € per gli operai che sono in Cassa Integrazione ed un intervento contro la povertà. Infine, la 14° per le pensioni minime ed il taglio dei contributi sulle partite Iva. 

Ma la farsa renziana non si è ancora conclusa. Ci troviamo di fronte alla più classica operazione di mistificazione politica. Fumo negli occhi dei pensionati, dei lavoratori e dei giovani. Ma il "bello" si vedrà (temo) dopo il referendum. 

Se dovesse vincere il SI, la politica antioperaia, antidemocratica ed antipopolare di questo governo asservito al capitale finanziario e bancario, verrà considerevolmente rafforzata, resa addirittura più aggressiva ed imperativa di quanto finora non lo sia stata. Gli interessi e le ragioni di quel "mega-comitato di affari" della borghesia, predomineranno sistematicamente. Lo stato borghese diverrà ancora più autoritario e corrotto. 
Si inasprirà lo sfruttamento a scapito dei lavoratori, saranno aboliti i diritti, ad iniziare da quello di sciopero. Saranno definitivamente liquidati i servizi sociali e le pensioni pubbliche. La repressione poliziesca delle proteste operaie e sindacali diventerà più brutale e sistematica. E si estenderà la militarizzazione sociale, con il rischio di essere trascinati in guerre di rapina a beneficio esclusivo del decadente, caricaturale imperialismo italiota, che procede a rimorchio di altri imperialismi vincenti. 

Per tali ragioni, il tema del referendum non si può confinare, né circoscrivere nell'ambito di dispute di carattere meramente giuridico ed accademico, ma deve assumere il valore di una battaglia politica e di una questione di classe. Per vincere una simile battaglia occorre denunciare e demistificare la propaganda renziana, che, si nutre di promesse vacue e di miserabili elemosine con cui comprare i voti della povera gente, nella più classica e squallida tradizione democristiana. 
La politica di Renzi è il liberismo autoritario, paternalistico e compassionevole, che tramuta i lavoratori ed i cittadini in mendicanti: se il primo articolo della nostra Costituzione sancisce che "l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", quando si mercanteggia il voto in cambio di un’elemosina si abbatte assieme alla dignità dei lavoratori anche l’art. 1. 

Per cui chiunque è in grado di comprendere che non è in gioco solo la seconda parte della carta costituzionale, ma anche la prima parte, che il regime borghese (prima democristiano, poi berlusconiano ed ora renziano) ha fatto marcire sulla carta per lunghi decenni. La propaganda ideologica renziana è demagogica, antidemocratica e reazionaria. Pur tuttavia, malgrado le elemosine e le menzogne, le ingerenze di origine straniera, un quesito a dir poco truffaldino sulla scheda referendaria, la controriforma costituzionale non passerà, ma verrà bocciata da un voto di protesta popolare.




La vignetta è del Maestro Enzo Apicella







 

venerdì 7 ottobre 2016

ANCORA SUL CONFRONTO TRA RENZI E ZAGREBELSKY di Maurizio Zaffarano

 


ANCORA SUL CONFRONTO TRA RENZI E ZAGREBELSKY
di Maurizio Zaffarano



"Si è molto detto sui social a proposito dell'inadeguatezza alla comunicazione sul mezzo televisivo del professor Zagrebelsky contrapposto a Renzi e che questo dunque avrebbe sfavorito il fronte del NO. In effetti ci sono diversi elementi da valutare, in generale e per quanto emerso nel confronto, per esprimere un giudizio: il fatto che questo tipo di trasmissioni si rivolgono agli appassionati di politica che in linea di massima sono già schierati, la sottile ironia del professore che costringeva Renzi a difendersi dicendo di non essere un suo studente, alcuni concetti esposti da Zagrebelsky di assoluto valore etico e di buona efficacia comunicativa (per citarne alcuni, la politica non come ricerca della vittoria ma come servizio al bene comune, la complessità contrapposta alla velocità, la Costituzione come un vestito che va bene o non va bene a seconda di chi lo indossa e il paragone con la Costituzione di Bokassa uguale a quella degli Stati Uniti). Certamente è mancata da parte del liberaldemocratico Zagrebelsky una contrapposizione argomentata anche sulla denuncia del carattere antisociale e classista alla deforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini non a caso ispirata e sostenuta dalla Troika e dal grande capitale internazionale. Ma al di là di tutto questo, l'immagine principale che a mio avviso è passata dalla trasmissione tv è stata quella del confronto tra un giurista pacato, competente e profondo e un ciarlatano che sta cercando di venderci una batteria di pentole. E per aver capito questo non bisognava essere studiosi di diritto costituzionale ... "

giovedì 6 ottobre 2016

ZAGREBELSKY? FORSE HA SEMPLICEMENTE SBAGLIATO “CONTESTO” di Norberto Fragiacomo




ZAGREBELSKY? FORSE HA SEMPLICEMENTE SBAGLIATOCONTESTO
di
Norberto Fragiacomo




La “spersonalizzazione” del Referendum costituzionale – che, inizialmente previsto per ottobre, si terrà invece alla vigilia dell’inverno – è stata solo un’abile finta di Renzi, cui i media peraltro seguitano a (fingere a loro volta di) abboccare: nelle ultime settimane il premier è tornato prepotentemente in campo, atteggiandosi ad agitprop del SI in qualunque circostanza e di fronte a qualsiasi oppositore.
La disfida con Marco Travaglio dalla Gruber (del tutto impari, se conteggiamo i minuti concessi all’uno e all’altro contendente) è stata solamente l’aperitivo di un “duello al sole”, tenutosi in prima serata tra il fiorentino e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, anima argomentante del fronte del NO.

Ora, sul confronto si è detto e scritto di tutto: per i poveri di spirito – come sempre suggestionabili con ammiccamenti e mossette - Renzi avrebbe “asfaltato” il suo interlocutore1, mentre persone di maggior caratura, schierate per il NO, hanno evidenziato come il professore, pur ricorrendo a un linguaggio piano e comprensibile, sia stato penalizzato da un contesto - quello televisivo - che valorizza lo slogan e la battuta ad effetto molto più di un pacato argomentare. Non avendo assistito all’intero dibattito devo limitarmi a poche annotazioni. La mia impressione è che il professor Zagrebelsky sia partito un po’ in sordina, conscio della maggior consuetudine del primo ministro con il mezzo televisivo, e poi – col trascorrere del tempo – abbia acquistato sicurezza, piazzando alcune stoccate anche piuttosto efficaci, come quando, infastidito dall’untuosa litania di Renzi “io mi sono formato sui suoi testi, professore”, ha risposto tranchant che i libri bisogna saperli leggere, o quando ha lasciato intendere, di fronte ad insinuazioni particolarmente spudorate del fiorentino, che se avesse supposto che la contesa si sarebbe incentrata sulla coerenza dell’uno e dell’altro avrebbe approfondito la biografia del contraddittore e, a quel punto, di cose da dire ne avrebbe avute a iosa.

lunedì 26 settembre 2016

NE' UOMINI NE' DONNE: SOLO CONSUMATORI (SRADICATI E ASESSUATI) di Norberto Fragiacomo




NE' UOMINI NE' DONNE: SOLO CONSUMATORI (SRADICATI E ASESSUATI)
di
Norberto Fragiacomo



In quest'ultimo periodo - coinciso, per il sottoscritto, con un forzoso "silenzio stampa" - abbiamo assistito ad un frenetico, sconclusionato dimenarsi delle élite nazionali ed estere. Fatti e fatterelli hanno propiziato dichiarazioni roboanti, prese di posizione, battibecchi e scivoloni (questi ultimi ai piani più bassi). In Italia la falsa partenza del M5S a Roma - dovuta in parte a inesperienza, in parte alla brama di protagonismo di alcuni "cittadini" - è stata venduta dai media di regime come un armageddon: la Raggi è quotidianamente messa in croce per qualsiasi cosa accada, dalle scorribande di ratti extra large (ospiti affezionati della Capitale da sempre) all'allagarsi delle strade in seguito ad un acquazzone. Capitava anche prima? Sì, forse, non ricordo bene... ma la mancata nomina dell'assessore al bilancio ha di sicuro aggravato la situazione, ogni situazione. Nel frattempo, qualche gaffe e un provvidenziale lapsus calami di Di Maio hanno restituito il sorriso al premier, che è tornato il Renzi che conoscevamo: dopo le tirate d'orecchio ricevute da Scalfari, Napolitano e co. causa la rischiosa personalizzazione del referendum, si era infatti un po' defilato, "abbassando i toni"; la tragedia successa in Italia centrale, poi, ci aveva regalato l'istantanea di un governante misurato, compunto e dall'eloquio ispirato (da qualche ghost writer? mi auguro per decenza di no, viste le accuse sarcastiche rivolte dal nostro a D'Alema...).

sabato 24 settembre 2016

È DI SINISTRA DIRE NO ALLE OLIMPIADI? di Lorenzo Mortara





È DI SINISTRA DIRE NO ALLE OLIMPIADI?
di Lorenzo Mortara








Virginia Raggi, alla fine, ha detto No alle Olimpiadi, in ossequio a Beppe Grillo che lo voleva a tutti i costi per rilanciare l’immagine del M5S contro i poteri forti. Ma la corruzione, le tangenti, il comitato promotore del Coni e lo stuolo di burocrati che ci hanno già mangiato sopra prima ancora che siano state assegnate, in breve i poteri forti che volevano le Olimpiadi a Roma, non sono altro che la borghesia romana sommata a quella italica. Dicendo No alle Olimpiadi, Virginia Raggi, in ultima analisi, ha detto nient’altro che No al Capitalismo. Ma il capitalismo a Roma non ha bisogno di arrivarci con le Olimpiadi, c’è già da parecchio, troppo tempo. Non c’è posto a Roma che non sia stato raggiunto e sommerso dalla merda capitalistica. Se Roma sembra una fogna a cielo aperto è perché è infognata fino al collo nel capitalismo. Anche senza Olimpiadi, Roma resterebbe sempre campionessa olimpionica di sfruttamento. La medaglia d’oro non gliela toglierebbe nessuno.

Le Olimpiadi sono solo la ciliegina sulla torta di Mafia Capitale e dei loro affari sotto banco. Tolta quella, banche, palazzinari, mafiosi e partiti loro complici, continuerebbero a spartirsi la città come se niente fosse. Quel che non potranno estorcere senza Olimpiadi, i capitalisti lo estorceranno in altra maniera, magari chiedendo i danni per mancato introito, come stanno già facendo. Perché, o si è in grado di offrire le olimpiadi socialiste, o non ha molto senso rinunciare a quelle capitaliste.

venerdì 23 settembre 2016

MAN IN THE MIRROR di Riccardo Achilli








MAN IN THE MIRROR
di Riccardo Achilli





E’ una canzone di Michael Jackson, ma non importa. E’ anche una immagine: l’uomo imprigionato in un gioco di specchi si illude di costruire una realtà, ma non fa altro che rimanere imprigionato dentro il riflesso della realtà esterna a lui. E’ un po’ un gioco di specchi dentro il quale rimane imprigionato il professor Varoufakis con la sua articolata proposta di disobbedienza civile ai trattati europei, che costituisce il suo movimento Diem 25.

La proposta di Varoufakis in pillole

Cerchiamo di capire meglio la proposta di Varoufakis. Il punto di partenza è condivisibile: l’Europa, a politiche economiche vigenti, si sta avvitando in una crisi che porterà alla disintegrazione dall’interno dell’area-euro, e l’entità strutturale della deflazione in atto non è tale da poter essere risolta con un po’ di flessibilità nelle leggi di stabilità (che non fa altro che spalmare l’austerità su un maggior numero di anni) e nemmeno, come dimostra il caso francese, con qualche punto di deficit in più. Occorre evitare questa nemesi, inducendo un ribaltamento radicale della direzione austeritaria e deflazionistica delle politiche inscritte nei trattati europei. Sin qui siamo d’accordo tutti. Ma come?
A suo dire è impossibile proporre una fuoriuscita concordata ed ordinata dall’euro, mediante meccanismi che preservino forme di cooperazione monetaria (ad esempio, un nuovo Sme, il sistema monetario europeo vigente prima dell’euro, o un euro del Nord e del Sud legati fra loro, come propone Stiglitz). L’argomento di questa impossibilità è peraltro bizzarro. Ci si aspetterebbe un argomento politico, legato alla irriducibilità dell’opinione pubblica tedesca nell’uscire da una moneta unica disegnata per diffondere il proprio modello economico in tutta Europa. L’argomento invece è economico. Non appena si diffondesse la percezione di un negoziato per un meccanismo di fuoriuscita ordinata, i mercati farebbero affluire giganteschi investimenti cautelativi in titoli del debito pubblico tedesco, abbandonando gli altri Stati membri. Per usare le parole di Varoufakis, “nel momento in cui diventasse noto che, che un ‘divorzio’ fosse oggetto di discussione, una valanga di denaro abbandonerebbe le banche dei Paesi destinati alla svalutazione, in direzione di Francoforte. A questo punto, le banche degli Stati membri in deficit collasserebbero”. D’altra parte, l’imposizione di rigide misure di controllo nazionale dei capitali provocherebbe la disintegrazione del mercato comune, oltre che dell’eurozona, ed a ruota l’eliminazione delle residue libertà di movimento di Schengen, riportandoci ai biechi nazionalismi autarchici novecenteschi.
 Pertanto, sempre seguendo il Nostro, siamo intrappolati dentro una gabbia senza via d’uscita. E dobbiamo fare di necessità virtù. Tramite una sorta di disobbedienza civile, possibilmente comune a più Paesi, varare leggi di stabilità in palese contrasto con i Trattati, imperniate sul deficit spending. Siccome ovviamente la Germania e i suoi satelliti reagirebbero con le varie misure previste dai trattati stessi (imposizione di multe pari ad una quota di Pil del Paese deviante, strette monetarie che soffocano il suo sistema bancario, congelamento del trasferimento dei fondi strutturali), accanto alla disobbedienza, occorrerebbe prevedere un piano di “deterrenza”, che scoraggi l’adozione di tali sanzioni. Da cosa sia composto questo piano non è dato sapere, sembra di capire che risieda nell’adozione di forme di moneta elettronica inizialmente denominata in euro, da fare circolare nel caso di strette monetarie da parte della Bce. Una cosa che, a dire di Varoufakis, avrebbe iniziato a preparare quando era Ministro, e che non poté attuare perché Tsipras glielo avrebbe proibito.
Il combinato disposto e coordinato a livello di diversi Piigs di disobbedienza e deterrenza, sarebbe sufficiente a piegare la Trojka, facendole accettare cambiamenti di direzione in senso espansivo delle politiche di bilancio. Però il Nostro è anche prudente. Non è che accantoni del tutto (et pour raison, come vedremo) l’ipotesi che tutto vada a carte quarantotto e si debba uscire dall’euro. Quindi occorre un terzo piano, il piano X, per l’uscita il più possibile ordinata dall’euro.

Perché la proposta di Diem25 non funziona

Questo il succo del suo pensiero. Che a giudizio del sottoscritto non funziona già a partire dalla premessa. L’ipotesi che vi sarebbe una fuga di capitali verso la Germania, non appena si iniziasse a pensare ad una soluzione concordata di fuoriuscita dall’euro, è puramente ipotetica e discutibile. Come del resto si sono rivelati puramente ipotetici i ragionamenti sulle fughe di capitali dalla Gran Bretagna dopo la Brexit: l’andamento della Borsa di Londra segnala che sta avvenendo esattamente il contrario! Proprio perché l’uscita sarebbe concordata, e prevederebbe il mantenimento di meccanismi di cooperazione monetaria, bancaria e finanziaria fra gli Stati membri, non c’è alcuna ragione per la quale i capitali dovrebbero fuggire dall’Italia o dalla Spagna in direzione di germaniche sponde. Se dopo l’euro si dovesse ragionare su un meccanismo di stabilità concordata dei tassi di cambio, gli investitori non dovrebbero temere effetti svalutativi. Se si tornasse verso un meccanismo simile all’euro, i tassi di cambio potrebbero oscillare solo entro un margine prestabilito. Il rischio di attacchi speculativi sulle parità centrali come quello del 1992, derivante essenzialmente da rilevanti differenziali nazionali nel tasso di inflazione, non esiste in una situazione come quella attuale, dove i tassi di inflazione nazionali sono tutti allineati asintoticamente attorno allo zero.  Eventuali controlli temporanei ai movimenti di capitale nella fase di transizione non comporterebbero alcun “tracollo del mercato comune”, come dimostrail fatto che Grecia e Cipro siano stati sottoposti a tali controlli, e la Ue continui tranquillamente ad esistere. E incidentalmente sarebbe anche il caso che da sinistra si iniziasse a rimettere in discussione il paradigma della libertà assoluta di movimento dei capitali, che è la base del dumping sociale a danno dei ceti popolari, che in teoria si dovrebbero rappresentare.
Piuttosto, rimanendo in tema di movimento dei capitali, ciò di cui ci si dovrebbe preoccupare è il deflusso di capitali dall’area-euro nel suo insieme che, dopo un miglioramento nel saldo fra ingressi ed uscite culminato nel 2013 con un risultato positivo, torna ad essere pesantemente negativo nel 2014-2015, quando la crisi europea inizia a manifestare i sintomi di una deflazione permanente. Ciò segnala come gli investitori ritirino i loro capitali da un’area economica caratterizzata da persistente crisi di domanda. Altro che funzione dell’euro di moneta di attrazione di investimenti! Con il tanto amato euro ci stiamo svuotando di investimenti.



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