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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 19 febbraio 2017

ALCUNE IMPRESSIONI SUL CONGRESSO FONDATIVO DI SINISTRA ITALIANA di Riccardo Achilli







 ALCUNE IMPRESSIONI SUL CONGRESSO FONDATIVO DI SINISTRA ITALIANA
 di Riccardo Achilli




Si conclude oggi l’appuntamento congressuale di Sinistra Italiana, così lungamente atteso da un popolo di sinistra rimasto senza casa da troppi anni. Non potendo essere presente fisicamente, ho ascoltato con molta attenzione quasi tutti gli interventi.
Rispetto alle preoccupanti premesse di partenza, allo spirito di Cosmopolitica che replicava acriticamente i difetti originari di SEL, sarebbe ingeneroso dire che non sono stati fatti progressi, in questi mesi, in termini di consapevolezza strategica. Esce il profilo di un partito che sa di dover essere solido e radicato sul territorio, in barba alle suggestioni movimentiste grillin-rodotiane. Emerge, perlomeno nella maggioranza del partito, l’esigenza di autonomia di movimento non solo rispetto a Renzi, ma più in generale rispetto al Pd, se non assumerà, eventualmente nelle sue forme scissionistiche, un profilo più nettamente di sinistra e di rottura con il Governo Gentiloni. Il tentativo, per molti versi penoso, della componente scottian-dattorriana di incasellare il partito nascente dentro un obsoleto e inefficace schema neo-ulivista viene sconfitto, anche se, va rimarcato chiaramente, la minoranza favorevole a questa torsione è numericamente tutt’altro che trascurabile, avendo raccolto attorno all’emendamento di D’Attorre una sessantina di delegati. Si staglia, dalle parole di Vendola, una prima rilevante distinzione fra diritti civili e diritti socio economici, che non si può dire fosse nelle corde del Nichi del passato recente. Più in generale, si intuisce l’intento di costruire un partito radicale, nel senso positivo del termine, ovvero non settario e minoritario, con vocazione di governo ma su posizioni di forte critica al neoliberismo imperante.

giovedì 16 febbraio 2017

IL LASCITO DI MICHELE ALLA SUA GENERAZIONE di Norberto Fragiacomo




IL LASCITO DI MICHELE ALLA SUA GENERAZIONE
di
Norberto Fragiacomo




La lettera d’addio del “precario” (così, un po’ semplicisticamente è stato etichettato da molti giornalisti) udinese, rilanciata con qualche imbarazzo dai media nazionali, non lascia indifferente il lettore, già oscuramente turbato dal fatto che quelle parole – meditate e soppesate a lungo, è evidente - provengono da un altrove, dal “paese inesplorato dal cui confine nessun viaggiatore ritorna” .
La voce è quella di un trentenne, nato al crepuscolo di un’età dell’oro presto mutatasi in età di ferro, ed è una voce limpida, chiara e al tempo stesso sideralmente distante, che – in epoca di analfabetismo da cellulare – si esprime per di più in un italiano corretto, nient’affatto banale. Le emozioni cozzano fra loro, mentre la lettura procede: c’è compassione per chi è stato condotto a una decisione estrema; rispetto per un giovane che dimostra una dignità e una capacità di analisi non comuni; un certo, inevitabile sgomento di fronte alla lucidissima rivendicazione di un diritto a scegliere che, una volta esercitato, preclude qualsiasi ulteriore scelta. Ecco: il tratto caratterizzante è una desolata, raggelante lucidità.

domenica 12 febbraio 2017

ONESTÀ: CROCE E DELIZIA DI ROBESPIERRE di Lorenzo Mortara






ONESTÀ: CROCE E DELIZIA DI ROBESPIERRE 
di Lorenzo Mortara





Circola in rete, tratto dall’Etica e Politica, un passo di Benedetto Croce molto irriverente verso la pretesa onestà dei politici. Da quando i grillini ne hanno fatto la loro bandiera, il sudiciume d’Italia, mal sopporta che qualcuno invochi l’onestà. Ma come? Io Direttore di banca, Capitalista d’assalto, Politico consumato, Editorialista di grido del libero commercio, in breve mariuolo di professione dovrei anche essere onesto? E a che serve la scalata sociale se poi non ho il diritto di delinquere e rubare come i superiori che ho tanto inseguito? Così pensa il Briatore di turno, ma il Briatore di turno è un po’ volgare, non ha fatto le scuole alte, esprime in maniera troppo diretta il suo pensiero, ha quindi bisogno che, al di sopra dei suoi bassi istinti, un chierico ricami una teoria così tanto profumata e melliflua da trasformali in filosofia, complicando con la sua retorica una cosa che, senza machiavellismo, sarebbe tanto semplice come il buon senso. Ed è al supermercato degli intellettuali fascisti quando bisognava essere antifascisti e degli intellettuali antifascisti quando non serviva più a niente, che i Briatore trovano il chierico che fa al caso loro, il nostro Croce, Don Benedetto appunto.

domenica 29 gennaio 2017

IL VENTO NON SOFFIA SU VIA DEI FRENTANI di Riccardo Achilli







IL VENTO NON SOFFIA SU VIA DEI FRENTANI
di Riccardo Achilli





Si è tenuto oggi, a via dei Frentani, l’incontro dell’area aggregata da D’Alema in occasione del no referendario. Un incontro di modesto livello culturale e politico, privo di spunti innovativi, sostanzialmente la rimasticazione delle tesi social-liberali che risalgono sin ai vecchi Ds e che sono da sempre il bagaglio politico del dalemismo.

Senza il vento della storia a gonfiare le vele, in una sostanziale bonaccia di analisi, nascondendolo dietro parole d’ordine apparentemente più radicali rispetto al passato, non è emerso altro che un profilo politico e culturale che potrebbe essere accettabile per un qualsiasi esponente del Socialismo Europeo attuale: la globalizzazione è buona ma va regolata ed addolcita, mentre gli Stati nazionali sono l’inferno in cui ribollono gli spiriti totemici della guerra, l’Europa è riformabile perché basta mettere mano alle istituzioni ed ai Trattati, l’immigrazione è buona e va soltanto regolata con accordi europei, facciamo un pochino di redistribuzione et voilà.

venerdì 27 gennaio 2017

I SOCIALISTI AL FIANCO DI GIACOMO MATTEOTTI






Non si distrugge l’idea socialista!
I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti




Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

martedì 24 gennaio 2017

IL CONFLITTO IN SIRIA VERSO UNA IMMINENTE CONCLUSIONE. LA RUSSIA NUOVO PROTAGONISTA DI PRIMO PIANO IN MEDIO ORIENTE. di Giuseppe Angiuli




                 

                          


IL CONFLITTO IN SIRIA VERSO UNA IMMINENTE CONCLUSIONE. 
LA RUSSIA NUOVO PROTAGONISTA DI PRIMO PIANO IN MEDIO ORIENTE.

di Giuseppe Angiuli



Alla fine del 2016, il sanguinoso conflitto che da quasi sei anni investe la Siria è parso essere giunto ad una svolta decisiva con la completa liberazione di Aleppo da parte dell’Esercito Arabo Siriano, che ha costretto alla resa gli ultimi componenti del vasto arcipelago jihadista da tempo asserragliati nella zona orientale di quella città che, fino allo scoppio della guerra, era il polmone industriale del Paese.
La probabile imminente fine di questa guerra, che sta vivendo il suo momento culminante anche in conseguenza della recente affermazione di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, ci impone di provare a fare un po’ di chiarezza sui reali contorni di questa importante vicenda geopolitica, tenendo conto che, come ammoniva George Orwell, ogniqualvolta scoppia una guerra, la prima vittima a morire è sempre la verità.

mercoledì 11 gennaio 2017

CALCIO FUORI CONTROLLO: SINDROME CINESE O SINTOMO DI UNA PESTILENZA GLOBALE? di Norberto Fragiacomo

 


CALCIO FUORI CONTROLLO: SINDROME CINESE O SINTOMO DI UNA PESTILENZA GLOBALE?
di
Norberto Fragiacomo

 

La notizia è che il governo cinese pare averne abbastanza delle “follie” delle società calcistiche locali: l’invito perentorio è a darsi una regolata, perché starebbero “bruciando denaro”.
Visti le circostanze e il mittente è probabile che l’invito venga raccolto, anche perché di fuoriclasse o presunti tali da coprire d’oro in giro ne sono rimasti pochini, e le due o tre stelle di prima grandezza appaiono insensibili alle lusinghe orientali: Cristiano Ronaldo, in procinto di rivincere il Pallone d’oro, ha detto no a uno stipendio annuo di 100 milioni, e anche Messi sembra preferire il calcio europeo a questa sua inverosimile imitazione in salsa kitsch.
La questione però è un’altra: siamo di fronte a una patologia localizzata oppure no? Cioè: i cinesi sono vittime di un’ubriacatura da euro facili o queste operazioni hanno un senso, per quanto possano disgustare l’osservatore?
 
A prima vista la tesi dell’impazzimento sembra fondata: creare una superlega in un Paese senza tradizione calcistica, confinato a sua volta in un continente dove al massimo si può vincere una coppetta di latta battendo iraniani e kuwaitiani è sportivamente un nonsenso. A considerare l’evoluzione storica, però, le certezze si incrinano: Eric Hobsbawn ci racconta che, negli anni ‘20, i calciatori professionisti guadagnavano in Inghilterra poco più di un operaio specializzato, ma già nei primi anni ‘50, in un’Italia alla vigilia del boom e ancora poverissima, Achille Lauro paga 150 milioni per assicurarsi le prestazioni dello svedese Jeppson, che sarà perciò soprannominato ‘o Banco ‘e Napule, e trent’anni dopo saranno gli ingaggi faraonici versati dalle società a garantire un decennio di incontrastata supremazia in Europa al calcio italiano. I compensi diverranno stratosferici col nuovo secolo, grazie all’impegno delle pay tv e di magnati ben più danarosi di Berlusconi che restituiranno appeal e prestigio al campionato inglese, oltre che – naturalmente – alle grandi di Spagna. Tutti folli allora, non solamente i cinesi… pazzi Lauro, Berlusconi, gli emiri, i miliardari russi – pazzi senza manco l’attenuante della passione, poiché nel monotono calcio odierno è impossibile l’exploit di una provinciale in Europa (si pensi allo Slovan Bratislava vincitore della Coppe delle Coppe del ‘69, o anche al Porto dei primi anni ‘80), viste le siderali differenze di budget tra le squadre davvero ricche e quelle di seconda fascia, che sono poi tutte le altre. Oggi Barcellona-Celtic 7-0 è un risultato normale, che rispecchia il divario fra i due club: una Tipo non può lasciarsi alle spalle una Ferrari.

martedì 27 dicembre 2016

CONVERSAZIONI POLACCHE di Norberto Fragiacomo





CONVERSAZIONI POLACCHE

di

Norberto Fragiacomo





Varsavia, dicembre inoltrato.

Altro che “dormitorio”! Il distretto semiperiferico di Wilanów è zona residenziale di lusso: condomini nuovi di zecca con giardini interni e caseggiati ancora in costruzione dominano ampi viali, che si intersecano ad angolo retto. Il traffico è discreto, tutto tace. Negli appartamenti il livello delle finiture è di prim’ordine: le maniglie che ti restavano in mano e le porte refrattarie a chiudersi sono solamente un ricordo, il ricordo di un’epoca aborrita e rimossa. Inutile puntualizzare che i garage rigurgitano di BMW e suv orientali. Se poi dagli attici si scende in strada, complice un ascensore rapidissimo, le sorprese continuano: i negozi sono innumerevoli, quelli di specialità italiane espongono vini di nicchia (il Pignolo e lo Schioppettino, due pregevoli friulani che è raro trovare a Trieste!) e Sassicaia da 240 euro. C’è chi può permetterselo, evidentemente: non certo un dipendente pubblico italiano in viaggio, che pure guadagna molto di più del lavoratore polacco medio (1).

domenica 18 dicembre 2016

AMAZON A VERCELLI di Lorenzo Mortara






AMAZON A VERCELLI
di Lorenzo Mortara



Arriva il polo logistico di Amazon nella vecchia Stazione dei Celti, e porta con sé, in dote, 600 posti di lavoro. Dagli strilli entusiastici di giornali e giunta comunale a guida piddina, sembra che il polo logistico sia già stato trasformato nella dimora di Santa Claus in persona. 400 posti devono essere rimasti però in Lapponia, almeno stando alla Lista Civica Siamo Vercelli che, volendo essere la prima ad accaparrarsi il merito di tanta filantropia mondiale, di primo acchito aveva sparato la cifra di 1000 posti.

Se i sensali dei padroni esultano felici, è perché non saranno mai loro a fare i facchini precari per Amazon. Chi si vanta di portare lavoro, lo fa sempre per gli altri, perché se dovesse farlo lui, si metterebbe subito in mutua. In ogni caso Amazon porta 600 posti di lavoro per i giornalisti, per i politici e per altri pressappochisti borghesi come loro. Per noi, quello che in realtà Amazon porta, è un libero scambio tra Capitale e Forza-Lavoro. Se tutto questo viene chiamato 600 posti di lavoro dalla sindachessa Maura Forte come dai suoi falsi oppositori, significa solo che mentre può esistere la forza-lavoro senza il Capitale, il Capitale non potrà mai esistere senza forza-lavoro. Dovunque vada il Capitale, mai potrà farlo da solo, dovrà sempre portarsi dietro, in valigia, la catena di montaggio dei “posti di lavoro” per gli schiavi salariati che non ne possono fare a meno.

Siccome, però, Amazon è il Capitale, non c’è bisogno di portarlo a Vercelli. Bisogna essere pomposamente liberali, mediocri di natura per sforzarsi di portare a Vercelli una cosa che c’è già. La Seconda Repubblica, ancor più della Prima, è in effetti questa pletora di fenomeni da baraccone che pretendono di convincerci di essere dei geni per l’insistenza con cui spingono l’acqua al mare. Così, mentre portano avanti con cura certosina questo sforzo demenziale, la crisi resta al punto di partenza e la loro politica da idraulici della domenica viene premiata dal fallimento più totale. Buon per loro che non vedendo più in là del loro naso, miopi di cervello come sono, scambiano questo disastro per un successo clamoroso.  

sabato 10 dicembre 2016

RENZI, IL REFERENDUM, IL POPOLO di Maurizio Zaffarano




Il NO al Referendum secondo Luca Peruzzi


RENZI, IL REFERENDUM, IL POPOLO 
di Maurizio Zaffarano



Alcune considerazioni sulla vicenda referendaria e sull'esito del voto che ha visto una grande partecipazione popolare ed uno straordinario 59% di NO alla manomissione della Costituzione.

Gli obiettivi della deforma costituzionale di Renzi. La prima cosa da chiarire è il senso e la direzione del percorso di “riforma istituzionale” promosso da Matteo Renzi accelerando e mettendo in atto quanto avviato su sollecitazione di Giorgio Napolitano all'inizio di questa legislatura (il Presidente della Repubblica che sostituiva al ruolo di Garante della Costituzione quello di manipolatore degli equilibri istituzionali, con la commissione di saggi e l'iniziale progetto di poter modificare la Costituzione scavalcando l'articolo 138 che ne regola le procedure di revisione). Il quadro generale è quello della caduta verticale di credibilità e di legittimazione popolare delle cosiddette Istituzioni democratiche (in Italia come nelle altre “democrazie” liberali dell'Occidente) e contemporaneamente della richiesta ultimativa del Grande Capitale di rimuovere lacci e lacciuoli che ostacolano o impediscono di cogliere pienamente le occasioni di profitto (diritti sociali e dei lavoratori, economia in mano pubblica, difesa dell'ambiente). La risposta dell'Establishment alla crisi della Politica e di consenso dei governi “amici”, tanto più forte quanto più si diffonde la consapevolezza che questi sono unicamente al servizio degli interessi del Potere Economico e non del Bene Comune, si è esplicitata seguendo due direttrici: da un lato utilizzando l'arma della paura (il terrorismo, la guerra, il fallimento finanziario dello Stato) e dall'altro attivando gli strumenti dell'ingegneria costituzionale ed elettorale per restringere gli spazi della rappresentanza democratica in nome della governabilità. Mentre sullo sfondo resta drammaticamente aperta, extrema ratio perché in palese contraddizione con l'ideologia della libertà assicurata solo dai mercati, l'opzione della dittatura poliziesca. In questo contesto il tentativo di Renzi e della sua cricca è stato il tentativo di soddisfare (e utilizzare) le richieste del Grande Capitale per assicurarsi il dominio sull'Italia per i prossimi vent'anni. Il cronoprogramma predisposto da Renzi testimonia la logica del suo disegno: approvazione con referendum della schiforma/deforma costituzionale e subito dopo al voto con l'Italicum per diventare, grazie al premio di maggioranza e all'azzeramento dei contrappesi istituzionali, il Padrone incontrastato del Paese. Un progetto da giocatore d'azzardo che cerca di far saltare il banco e portar via tutta la posta sul tavolo. Ed anche un progetto rispondente ad una logica banditesca in cui si cerca di fregare i vecchi sodali (il Berlusconi del patto del Nazareno) scappando con il bottino senza dividerlo con nessuno. Il Piano B, una volta che l'eventualità della bocciatura della deforma diventava sempre più probabile, era quello di minimizzare la sconfitta attribuendosi comunque il ruolo di forza maggioritaria del "cambiamento". Per raggiungere questi obiettivi Renzi le ha tentate tutte senza rispettare alcun dovere di lealtà istituzionale: la sovrapposizione del ruolo di "Costituente" e di Presidente del Consiglio, il quesito fuorviante sulla scheda referendaria, la data del referendum stabilità in funzione delle proprie opportunità di propaganda, le manovre (assai opache tanto per usare un eufemismo) per conquistare il voto degli italiani all'estero, l'utilizzo della legge di stabilità per acquisire consenso, l'endorsement di giornalacci, vip e dei potenti della Terra, l'occupazione - come nemmeno Berlusconi era riuscito a fare - della Rai e la saturazione delle tv, l'utilizzo di temi spudoratamente populistici (“se vuoi ridurre i politici vota si”) mentre nel contempo si attribuiva il ruolo di argine all'antipolitica e al populismo, l'insulto sistematico ai sostenitori del NO, la prefigurazione (il ricatto) dello scenario minaccioso dell'avvento di barbari, locuste, tecnici, troike e default dello Stato in caso di mancata vittoria del si, la falsa e ipocrita contestazione della Merkel e della Commissione Europea sui vincoli di bilancio. Tutto questo andava a sommarsi all'originario e insanabile vizio d'origine della deforma Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini: il fatto di essere stata approvata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale ed in cui alla maggioranza dei voti in Parlamento non corrispondeva nemmeno lontamente una maggioranza di voti nel Paese.

lunedì 21 novembre 2016

ACCOZAGLIE POLITICHE di Lucio Garofalo






ACCOZAGLIE POLITICHE
di Lucio Garofalo



Il fronte del No rappresenta una sorta di Armata Brancaleone che comprende soggetti di dubbio valore etico ed assai poco credibili in materia di Costituzione, in quanto l'hanno violata più volte: senza scomodare nessuno, rammento l'art. 11, in base al quale l'Italia ripudia la guerra, ma vari governi di centro-destra (con Silvio Berlusconi premier) e di centro-sinistra (Massimo D'Alema nel 1998) hanno calpestato la Costituzione per partecipare a spedizioni militari in Iraq o altrove e per concedere le basi italiane ai bombardieri statunitensi che massacrarono la Serbia. Senza parlare dei diritti e della dignità dei lavoratori, a dir poco umiliati da leggi (Pacchetto Treu varato dal governo Prodi, Legge 30, meglio nota come legge Biagi, promulgata dal governo Berlusconi) che hanno precarizzato il mondo del lavoro ed hanno compresso e svalorizzato duramente la vita del proletariato giovanile in Italia. Giusto per intenderci. 

Il fronte del No accomuna alcuni esemplari delle peggiori politiche del passato. Ma, dall'altra parte, nel fronte del Sì si affollano gli esponenti peggiori delle politiche attuali, che hanno macellato e mortificato ulteriormente i diritti dei lavoratori (Jobs Act, Buona Scuola) e la Costituzione. Insomma, è una "gara" tra chi è peggio. 
Ovviamente, io mi schiero per il "No" a prescindere da chi componga la coalizione (o l'accozzaglia, come dir si voglia) che si è creata a sostegno del No alla "schiforma" renziana. 
Mi esprimo per il No in virtù di motivi etico-politici, di merito e di metodologia politica, per ragioni di tattica contingente e di strategia politica. Ma aggiungo che la Costituzione non è un dogma e che lo Stato borghese non mi rappresenta nella misura in cui non mi riconosco affatto nelle sue marce e putride istituzioni e nella sua ipocrita e corrotta democrazia che privilegia e tutela solo gli interessi delle élites economiche dominanti a netto sfavore delle classi popolari subalterne. 
In ogni caso, ritengo che nell'attuale momento storico-politico contingente occorra schierarsi apertamente a sostegno delle ragioni del "No".


domenica 20 novembre 2016

BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN di Norberto Fragiacomo








BOBO, I “COMUNISTI” E IL PIFFERAIO DI HAMELIN

di

Norberto Fragiacomo



 Che tipo di pensieri passa per la testa di Bobo?

A giudicare dalle strisce che leggiucchio insofferente su L’Espresso, roba banale, stantia, concetti vacui che rassomigliano ad altrettanti slogan. Ma Bobo è questo, solo questo: un militante imbevuto di uno spettro d’ideologia, cui non importa un fico secco di apparire acuto, curioso e originale. Lui si contenta – si compiace – di essere fedele alla linea, ancorché curva, serpentinata, contorta. La linea, quale che sia, ovunque lo conduca.

Sergio Staino, l’autore, parla, giudica e urla come la sua creatura, anche se di quest’ultima gli difetta la bonarietà, l’aspetto pacioso: fisiognomicamente mi ispira schietta antipatia, per via dello sguardo miope, ma freddo, ostile, corrucciato. In televisione non fa una gran figura, mischiando scomuniche a corbellerie – perché ce lo mandano allora?

La risposta è semplice, disarmante: Bobo Staino parla al pancione del PD, grosso almeno quanto quello di un personaggio che, nei decenni, ha cambiato bandiera senza cambiare casacca. Sarei tentato di aggiungere: si è rincretinito senza invecchiare… ma probabilmente l’analisi è pietosa, perché anche quando stava dalla parte (per me) giusta, Bobo era lì per caso – per imprinting familiare, per disciplina di partito, per abitudine, per incapacità di guardare altrove.

Non so se valga lo stesso per Staino: lui non è certo un metalmeccanico, ha fatto carriera, arrivando persino a dirigere l’ombra di quella che fu L’Unità. Ha fatto carriera soprattutto negli ultimi anni, all’interno di una formazione che un marxista autentico non potrebbe che detestare: il PD sfacciatamente neoliberista di Matteo Renzi. Ci fa o ci è?, si direbbe in altre parti d’Italia. A parer mio “ci fa”, visto il tornaconto, ma la questione è in fondo priva di importanza: a tornare utili alla segreteria sono le sue plebee, sgangherate invettive, che arrivano dritte al cuore (allo stomaco? alla tessera?) di una fascia di elettorato difficile da conquistare a colpi di tweet.

Qualche giorno fa, ospite per l’ennesima volta di Lilli Gruber, il fumettista fiorentino ha rilanciato l’anatema: si inizia con Grillo e si finisce all’ombra della croce uncinata. Analisi da osteria, conclusioni da codice penale – eppure c’è del metodo in questo caricaturale dogmatismo. Ne ho conosciuti di piddini, vecchi e giovani, uomini e donne: una quota rilevante di loro assomiglia sul serio a Bobo. Per costoro il partito ha invariabilmente ragione, anche se con una svolta di 180 gradi abbandona il sentiero impervio della sinistra per ergersi a difensore degli interessi padronali (del grande padronato, soprattutto: quello sovranazionale); anche se dà via l’ideale dell’uguaglianza in cambio della paccottiglia dei diritti civili “a gratis”; anche se si consegna a una corte di bellimbusti e cheerleaders al cui confronto le soubrette berlusconiane parevano donne di Stato. L’importante è che sventoli un vessillo vagamente somigliante all’originale, almeno nelle tinte, che il pantheon non si svuoti (i blasfemi richiami a Gramsci), che echeggi qualche parola d’ordine orecchiabile. Che vi siano nemici da additare alle “masse”: sempre quelli, malgrado lo scorrere inesorabile dei decenni. Bobo il piddino, capofila di migliaia di improbabili “compagni”, è rimasto infatti al ’45, quando il Capitale era alleato della Stella Rossa, e gli avversari vestivano tutti la camicia nera (o bruna).

Facile persuadere gente simile che grillini, leghisti, sostenitori del NO ecc. si confondano tutti in una notte color orbace, e che di fronte a cotanta “minaccia” l’alleanza con padronato, finanzieri e plenipotenziari stile Monti rappresenti il male minore, se non addirittura un bene agrodolce.

E’ per suscitare questo riflesso pavloviano di ripulsa che il “compagno” Staino viene spedito in trasmissione: per tacciare di fascismo, dando in pasto a militanti insemenidi, chi sta infinitamente più a sinistra di lui e del suo capetto, e magari ha commesso l’imperdonabile colpa di esaminare a fondo una riforma che annichilisce la democrazia locale (Regioni, Province e Comuni, in barba alle svuotate enunciazioni degli articoli 5 e 114 della Carta) e altri provvedimenti-schifezza come lo Slaveries act renziano.

Lo Staino che parla alla pancia flaccida di un elettorato così ebete da immaginarsi comunista e sostenere col proprio voto politiche di destra è naturalmente soltanto una freccia, e manco la più appuntita fra quelle estratte dalla faretra dell’ultimo, onnipresente Renzi: insidie maggiori provengono dal ritorno dello Spread, arma micidiale e sperimentata, dalla retorica del cambiamento purchessia (anche passare dal proprio letto a un cartone sul marciapiede è un cambiamento: lo sperimenteremmo di buon grado?), dalle menzogne di media al guinzaglio che ripetono a disco rotto che i fautori del sì si occupano “del merito della riforma” mentre – per calcolo e comprovata inettitudine – fanno l’esatto contrario.

In ogni caso, non limitiamoci a guardare con commiserazione mista a scherno il fumettaro avanti con gli anni che, benedetto dall’alta finanza, rivendica pateticamente il suo essere “comunista”: fu la suggestionabilità di uomini e topi, non la di lui perizia artistica, a conferire potere al pifferaio di Hamelin.
Malgrado tutto, spero ardentemente che il 4 dicembre prevalga la pars valentior, e – nonostante i sondaggi, sinistramente a noi favorevoli – una slavina di NO zittisca gli squittii “riformatori”.



domenica 13 novembre 2016

STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA di Lucio Garofalo







STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA
di Lucio Garofalo



Provo a mettere un po' d'ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media "mainstream") alle elezioni presidenziali USA. 

A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall'establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall'amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. 
Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. 

Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell'amministrazione Obama. A "decidere" le sorti degli USA e del mondo, "optando" per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant'altro Trump incarna agli occhi dei "radical-chic" scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all'indomani della sua elezione nel 2008. 

Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di "Trump non è il mio presidente", dov'erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall'amministrazione Obama? 
 È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un'opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è "consolato" con l'appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l'esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.





mercoledì 9 novembre 2016

NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… di Mario Michele Pascale



 NON HA VINTO TRUMP, E’ STATA HILLARY A PERDERE… 
di Mario Michele Pascale




Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
 

I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall'alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall'alto in basso.
Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

martedì 8 novembre 2016

SINISTRA E' CONSERVAZIONE? di Riccardo Achilli






SINISTRA E' CONSERVAZIONE?
di Riccardo Achilli




E’ noto che la sinistra, spiazzata nei suoi riferimenti ideologici dalla crisi, pressoché contemporanea, del comunismo e della socialdemocrazia classica, abbia maturato un rapporto tormentato e sostanzialmente insoluto rispetto alla modernità del pensiero unico che si è imposta negli ultimi trent’anni. Anche semanticamente, termini come “riformismo” e “progressismo”, che sembravano essere nel DNA stesso della sinistra, sono divenuti il grimaldello con il quale l’avversario storico ha smantellato il capitalismo welfaristico dei Trenta Gloriosi.
Questo spinge molti a riflettere sul nesso fra la ricostruzione/riaffermazione dei valori e del radicamento sociale della sinistra in termini di difesa, o possibilmente ricostituzione, del sistema di tutele e di diritti che, seppur in forte destrutturazione già a partire dalla metà degli anni Ottanta nei Paesi anglosassoni(e nel nostro Paese in realtà sin dai primi anni Ottanta, con il regresso e l’indebolimento del movimento sindacale conseguente allo shock petrolifero del 1980) è sprofondato definitivamente con il riordino neoliberista susseguente alla crisi del 2008. 

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